Permette? Sognatore!
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Curriculum: co-fondatore di una software house, principale finanziatore del progetto SETI per la ricerca di intelligenze extraterrestri, primo passeggero di un volo privato nello spazio, proprietario del primo museo della fantascienza al mondo.
È Paul Allen, già numero due della Microsoft (tradizionalmente meno visibile di Bill Gates) protagonista nella settimana appena trascorsa di due curiose notizie che hanno fatto il giro del mondo.
La prima è il resoconto di un volo nello spazio fatto dalla navicella spaziale Spaceship One partita dal deserto del Mojave trainata per 15.000 metri da White Knight (un aereo appositamente studiato), fino a raggiungere i 100.000 metri. Alla guida della navicella, il pilota Mike Melville, che trasportava due passeggeri: Burt Rutan (creatore del progetto) e Paul Allen (finanziatore del progetto). La Scaled Composites (ovvero la società di Melville) era riuscita ad ottenere lo scorso 7 aprile dalla FAA (Federal Aviation Administration, l’agenzia USA per il volo commerciale) la licenza per il volo di SS1 (come viene chiamato dai suoi progettisti).
Per la modica cifra di 20.000 dollari (modica, a fronte delle cifre spese della NASA) il giorno 21 giugno 2004 si è librato il primo volo privato nella storia spaziale. Una data che sarà segnata negli annali del volo astronautico, concretizzando – come spesso capita – una situazione simile (privatizzazione dei viaggi nello spazio) anticipata da un racconto di Robert Heinlein dal titolo “L’uomo che vendette la luna” del 1949.
Ed è proprio la fantascienza – il genere letterario di Robert Heinlein – ad essere l’elemento principale della seconda notizia che vede protagonista Paul Allen. Dal deserto della California, ci spostiamo a Seattle, città nativa del multimilionario che lo vede protagonista di una serie di attività. Infatti con le sue 6 fondazioni, Allen si distingue in vari campi della cultura e non solo: dalla musica rock, alle arti visive e al teatro, alla difesa del paesaggio, nella promozione della ricerca biomedica (ben due), nelle politiche di sostegno sociale, nell’educazione digitale degli studenti. Fra tutte queste attività c’è n’è una recente che va in coppia con l’impresa del volo di Spaceship One.
È la nascita del primo Museo della Fantascienza (per la precisione: Science Fiction Museum and Hall of Fame), aperto a Seattle il 18 giugno scorso. Il museo raccoglie reperti e immagini che rappresentano veri e propri oggetti di culto per tutti gli appassionati di fantascienza, tra cui lo stesso Allen che ha contribuito con la sua personale collezione. Dalla maschera del T-1000 di Terminator 2, al casco di Darth Vader di Guerre Stellari il museo riassume in sé oltre 100 anni di robot, alieni, astronavi in 13.000 metri quadri di superficie.
Raccogliere i prodotti dell’immaginazione fantascientifica e mostrarne le connessioni con il sapere scientifico: questi gli obiettivi del museo nelle parole del direttore del comitato scientifico Greg Bear esponente – guarda caso – della fantascienza degli anni ’90.
Una curiosità: il museo è ospitato in un’ala del un’ala dell’Experience Music Project, un museo del rock ispirato a Jimi Hendrix e il cui palazzo è stato progettato da Frank Gehry. Tutta roba di Paul Allen.
Cos’hanno in comune queste notizie? Paul Allen e la voglia di sognare.
Sono l’esempio di un tycoon americano, che – nel migliore stereotipo del miliardario eccentrico – dopo aver fatto soldi come è giusto che faccia un buon capitalista, si è buttato in progetti belli e romantici, un modo per fa respirare la mente, che fa volare la fantasia. E sono tutti progetti a buon titolo redditizi: viaggi nello spazio, museo della fantascienza e ricerca sulle intelligenze extraterrestri (ho risparmiato l’analogia di Allen con Hadden, il multimilionario che finanzia e aiuta la ricerca della Jodie Foster di Contact).
L’idea della frontiera è un tema tipico dell’immaginario americano, quindi è d’obbligo che un sognatore – fornito dei mezzi necessari, beninteso – cerchi i propri confini, anche in idee bizzarre come fare concorrenza alla NASA (per i retroscena politico-economici della privatizzazione dello spazio consiglio di leggere l’articolo: Horvath, Joan C., 2004, Spazio ai privati , in “Le Scienze”, n.429, pp.60-67).
Quello che dà molto da pensare, è che ogni nazione ha il capitalismo che si merita, specie per quanto riguarda la ricerca scientifica e tecnologica. Negli USA la frontiera è lo spazio in mano ai privati, in Italia il futuro è l’Istituzione di un’Autorità Europea che difenda il culatello di Parma (delizioso, per carità, ma forse non così strategico quanto scienza e tecnologia).
Cosa resta da dire? Quello che c’è da dire lo possiamo trovare nel bel libro di Luciano Gallino La scomparsa dell’Italia Industriale (Einaudi, Torino, 2004), mentre aspettiamo la prossima rottamazione del governo per dare ossigeno al mercato dell’automobile.





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Exciter scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59Bell’articolo. Solo una precisazione da rompicoglioni: il magnifico "L’uomo che vendette la luna" di Heinlein e’ del 1949, ed e’ il prequel del poetico racconto "Requiem" uscito nove anni prima. Nel ‘77 immagino sia uscito un qualche antologia.Ciao!
Davide Bennato scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59Grazie dell’apprezzamento e della segnalazione.
Provvedo subito a fare la modica