La cassandra che viene dal sole

In
inglese sicuramente il gioco di parole sarebbe venuto meglio, ma credo che regga
anche in questo modo: basta spiegarlo. La cassandra è Bill
Joy e il sole da cui proviene (o meglio proveniva, date le sue dimissioni
dalla società lo scorso
settembre) è la Sun Microsistem, la
società autrice di Java e di tutte le sue
varianti (da Jini a J2Me).
Futuro?
No grazie!
Perché
cassandra? Perché paragonare un guru della Silicon Valley, co-fondatore di una
delle più interessanti società dell’Information technology ad una sacerdotessa
profeta di sventure ma mai creduta dai suoi concittadini?
Tutto
ha inizio nel numero di aprile del 2000 della famosa rivista Wired,
vera bibbia degli abitanti del variegato mondo della cultura digitale. In quel
numero la rivista pubblica un articolo – giudicato meritevole della storia di
copertina – dal titolo “Why
the future doesn’t need us” cioè perché
il futuro non ha bisogno di noi. In quel saggio a firma di Bill Joy si
lancia un allarme sui pericoli che incomberebbero (il condizionale è
d’obbligo) sulla società tecnologica prossima ventura.
L’argomentazione
seguita recita più o meno così: genetica, robotica e nanotecnologia potrebbero
portare la specie umana all’estinzione per due ordini di motivi. Il primo
deriva dal fatto che per fare ricerca su queste tecnologie non sono necessari
grossi investimenti di denaro e sono alla portata – più o meno – di tutti,
a differenza della ricerca nucleare che ebbe bisogno della mobilitazione di un
intero sistema politico e sociale per poter portare alla creazione della bomba
atomica. Il secondo motivo è che queste tecnologie, a differenza del nucleare,
della fisica e della biologia godono di una caratteristica che rende unici gli
artefatti che producono, ovvero la capacità di autoreplicarsi. OGM, robot e
nanomacchine giunti ad un sufficiente grado di sviluppo (o evoluzione)
potrebbero portare alla distruzione della razza umana per adattamento
dell’ecosistema terra alle proprie esigenze di crescita.
Questa
in estrema sintesi la linea argomentativa seguita da Joy, mescolata ai libri e
alle frasi di una serie di autori da Kurzweil a Moravec, da Sagan a Drexler
senza dimenticare uno dei pensatori più lucidi e pericolosi della reazione
dell’uomo contro la tecnologia: Unabomber.
Perché
è interessante il pezzo di Bill Joy? Perché invita alla responsabilità e allo
sguardo rivolto verso il futuro con attenzione, pur senza essere un luddista,
anzi essendo vissuto in un ambiente e in una cultura profondamente orientata
allo sviluppo scientifico e alla fiducia nella scienza e nella tecnologia.
Paradossalmente
sembrerebbe che l’unico modo di gestire il futuro deriva da un atteggiamento
luddista.
Tecnottimisti
vs neoluddisti
La
sede, l’argomentazione, l’autore, le citazioni. Miscela esplosiva che non
poteva far altro che deflagrare nella cultura tecnofila statunitense. Infatti
così è stato.
L’articolo
di Joy ha suscitato un vespaio
di polemiche che ha visto contrapporsi da un parte i tecnottimisti, ovvero
quelli che credono più nei benefici della tecnologia che nelle conseguenze
negative e i neoluddisti che incede guardano con sospetto allo sviluppo
tecnologico e alla sua possibilità di disumanizzare l’uomo (più o meno).
I
primi annoverano fra le loro file personaggi come Raymond
Kurzweil, scienziato esperto di robotica più volte citato nel saggio di Joy
e che non si è lasciato sfuggire la possibilità di replicare
alle argomentazioni del suo amico della Sun Microsistem (qui
trovate una traduzione italiana).
Il
discorso di Kurzweil è senza dubbio interessante. Inizia illustrando le
ingenuità di un atteggiamento luddista radicale usando due argomenti
sovra-utilizzati ovvero l’argomento
del progresso (si vive meglio oggi che 100 anni fa grazie allo sviluppo
tecnologico e scientifico) e l’argomento del proibizionismo (negando lo
sviluppo di una tecnologia, si creano le condizioni perché essa cresca
incontrollata nell’illegalità).
Come
risolvere il problema? Kurzweil si rifà alla riflessione del padre della
nanotecnologia, Eric Drexler
fondatore del Foresight Institute, il
quale propone la regola etica secondo cui ogni ricercatore di questo settore
debba rifiutarsi di produrre macchine autoreplicantesi. Su queste basi Kurzweil
propone che sia la stessa ricerca nanotecnologica a trovare da sé le regole per evitare di produrre macchine
pericolose in virtù della loro autonomia. Il discorso termina con la
riflessione che qualche anno fa non esistevano i virus informatici, ma con il
passare del tempo la tecnologia ha sviluppato un proprio sistema immunitario (e
una industria aggiungeremmo noi) per poter fronteggiare queste tecnologie: è
possibili che con altre tecnologie potenzialmente incontrollabili possa avvenire
lo stesso.
È
palese che il discorso di Kurzweil si presta a domande tecnoetiche profonde:
quanto è applicabile la metafora dei virus informatici? In questo caso
l’ambiente all’interno del quale potrebbero far danni è quello
dell’informazione, nel caso delle nanotecnologie è il mondo in cui vivamo.
Non basterebbe questo a inficiare il discorso di Kurzweil?
Non-conclusioni
È
difficile fare delle conclusioni su un argomento così problematico come il
futuro dell’uomo rispetto alla tecnologia. Chi scrive è d’accordo sia con
la prospettiva di Joy – il delirio di onnipotenza tecnologico può portare a
conseguenze pericolose per la vita umana sulla terra – che con quella di
Kurzweil – la risposta a queste paure non può essere l’oscurantismo
tecnologico.
Forse
i problemi potrebbero essere risolti in altro modo.
La
questione non è dire se la tecnologia sia buona o cattiva, ma ricordare –
seguendo la
prima legge di Melvin Kranzberg – che la tecnologia non è né buona, né
cattiva, né neutrale.
Una
domanda corretta al problema è che tipo di società futura noi vogliamo
rispetto alla tecnologia, ma posta in questi termini, non è più solo un
problema di valori, ma un problema politico.



Modificato


g.g. scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59Davide, sul tema del futiuro, deli suoi rapporti con la tecnologia e di come immaginarlo, ti consiglierei di dare un’occhiata a “Tomorrow now” di Sterling. Nell’Introduzione c’è un bellissimo stralcio sulla futurologia
Davide Bennato scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59Ehila, Giuseppe: sono contentissimo che lasci tracce dalle mie parti
In realtà in questi giorni sto leggendo il libro di Sterling che mi sembra piuttosto ben fatto anche se credo che da lui si impari di più quando scrive racconti e non saggi (hacker crackdown escluso).Quando passi da Roma fammi sapere così è la volta buona che ti offro una birra.Ciao
metakappa scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59A proposito del futuro, dico innanzitutto che vorrei leggere più spesso il tuo blog, Davide.A parte le battute, credo che tecnoottimismo e neoluddismo siano estremi che mostrano bene … come il punto sia altrove.Non mi è del tutto chiaro, ma credo che in estrema sintesi sia una questione di "orchestrazione".Non si tratta di decidere cosa è bene e cosa è male, non di dettare anatemi o fare scriteriate apologie, non di fissare confini definitivi o abbatterli totalmente. Piuttosto di esercitare con saggezza un delicato ruolo di "orchestratore",spingendo su mezzi e modelli che hanno dimostrato il loro benefico effetto, e "rallentando" altri che sollevano molti dubbi e che richiedono una maggiore elaborazione, e la contemporanea disponibilita" di un adeguato sistema di controllo.Proseguo qui.