Io, Roboeticista
Si può affrontare il rapporto fra tecnologia e valori in un modo che sia allo stesso tempo divertente e costruttivo? La risposta a questa domanda può essere molteplice a seconda del tipo di sensibilità di cui si è dotati e del tipo di pubblico a cui ci si vuole rivolgere. Nel caso della Scuola di Robotica la risposta alla domanda è un "si" senza mezzi termini.
Lo scorso 13 ottobre la Scuola di Robotica e la XX Century Fox hanno organizzato la visione in anteprima del film Io,Robot di Alex Proyas con Will Smith presso Il Warner Village Moderno a Roma. alla visione del film ha fatto seguito una tavola rotonda con la quale alcuni esperti si sono confrontati sui temi sollevati dal film e sulle domande del pubblico. Cronaca di una giornata dedicata alla roboetica.
Nella Chicago del 2035 vive e lavora il detective Del Spooner (Will Smith), amante dei bei tempi andati in cui i lettori CD si usavano con il telecomando e le più belle scarpe del passato sono delle Converse All Star del 2004 (…). La caratteristica che rende Spooner un ottimo personaggio per rendere la trama del film più articolata è la sua avversione nei confronti dei robot (robofobia?), macchine servizievoli e perfettamente integrate nell’america del 2035 che ormai rappresentano un aiuto insostituibile nella vita di tutti i giorni.
La trama prende spunto dall’apparente suicidio del dott. Alfred Lanning (James Cromwell), ideatore di tutti i robot in circolazione prodotti dalla US Robotics (esatto, come l’omonima società che costruisce modem…), società che si appresta a lanciare sul mercato una nuova classe di robot gli NS-5 destinati non solo a sostituire i vecchi modelli NS-4 ma anche a rendere tali macchine sempre più diffuse sulla Terra in rapporto 1/4 (1 robot ogni 4 umani).
Chi non è convinto del suicidio del dott. Lanning è proprio Spooner, che conosceva il professore e non lo crede capace di una simile azione. La sua indagine comincia con il presidente della US Robotics Lawrence Robertson (Bruce Grenwood) il quale, volendo chiudere a tutti i costi il caso (per ovvi motivi), gli affianca una collaboratrice del dott. Lanning la dott.ssa Susan Calvin (Bridget Moynahan) convinta sostenitrice dell’ipotesi del suicidio, poiché i robot non possono fare del male agli umani grazie alle famose tre leggi della robotica.
La questione si complica quando sul luogo del delitto - la stanza di Lanning - si trova un particolare modello di NS-5 che si scoprirà avere un nome, Sonny (Alan Tudyk) che sulle prime sembra il candidato perfetto ad essere incolpato, ma le cose prenderanno tutta un’altra piega.
Il film ha un livello estetico e un livello narrativo piuttosto articolato: dal punto di vista estetico sembra un classico film poliziesco a la Will Smith con scene di azione, sparatorie, inseguimenti e battute. Dal punto di vista narrativo è più complesso, gli elementi fantascientifici non sono solo un’ambientazione esotica, ma servono da puntello alla trama in un costante gioco in cui alla ricerca del colpevole dell’omicidio si affiancano domande profonde sulla tecnologia e sulle sue conseguenze sociali.
Alcune domande sollevate dal film sono: fino a che punto ci si può fidare della tecnologia? E’ possibile che macchine sofisticate sviluppino una forma di coscienza? Che tipo di società è quella in cui gran parte dei lavori manuali vengono svolti da robot? Che forme assume la disoccupazione tecnologica? Di che tipo di software etico dovrebbero essere dotate delle macchine come i robot? Che cosa rischiamo quando non ci assumiamo la responsabilità della nostra sicurezza?
Una nota: al di là del titolo (Io robot) di alcuni personaggi (Susan Calvin) e della presenza di un espediente narrativo (Le tre leggi della robotica), il rapporto con l’omonimo romanzo di Isaac Asimov è molto blando. D’altra parte non solo nei credits il film si dice "ispirato" al libro si Asimov, ma nelle note di produzione si sottolinea come il soggetto di un poliziesco robotico dal titolo Hardwired sia opera dello sceneggiatore Jeff Vintar, e solo successivamente siano stati aggiunti elementi che ricordano il romanzo di Asimov. Chi vuole approfondire il tema, ecco un bell’articolo sulla storia (fantascientifica) della robotica.
L’invasione dei robot
E’ questo il titolo della tavola rotonda organizzata dalla Scuola di Robotica che vedeva intorno allo stesso tavolo Gianmarco Veruggio (presidente della Scuola di Robotica e ricercatore CNR), Carlo Rambaldi (ha bisogno di presentazione?), Daniela Cerqui (antropologa dell’Università di Reading - UK) Guglielmo Tamburrini (epistemologo dell’Università di Pisa) e come moderatore (conduttore?) Mario Tozzi (ricercatore CNR, ma meglio noto come conduttore televisivo di Gaia).
Mario Tozzi ha aperto il dibattito con una serie di temi molto interessanti e con una forte componente ecologista (dopotutto è un geologo). Energia: come fare ad alimentare tutti i dispositivi che si vedono nel film (robot compresi) se il petrolio è considerato dal film stesso una fonte del passato? Tecnologia: serve davvero tutta la tecnologia descritta nei film oppure buona parte di essa ha solo valore di bene di consumo ma non serve? Evoluzione: nel film Sonny è un’evoluzione degli NS-5 in quanto dotato di coscienza, ma il concetto di evoluzione è applicabile alla tecnologia? (l’esempio che fa è quello delle tastiere Qwerty: perché sono ancora fatte così quando il loro unico scopo era quello di rallentare i primi dattilografi?)
Il giro di interventi è stato aperto da Carlo Rambaldi che si è soffermato sul tema degli effetti speciali nel film, cosa di cui non solo è maestro ma per cui è stato premiato con tre Oscar (e non due come erroneamente è stato presentato dalla nota dell’Ufficio stampa letta dal direttore della XX Century Fox Italia). Rambaldi ha sottolineato come gli effetti speciali basati sulla computer grafica (CSFX) aumentino i costi di produzione e il tempo impiegato per le scene di un film di circa il 40% in più rispetto ai tradizionali effetti meccatronici (SPFX), ma permettono di "girare" scene altrimenti impossibili o spaventosamente costose. Dal punto di vista roboetico ha sollevato una domanda che ha girato al "padrone di casa" dell’evento Gianmarco Veruggio: perché i film di fantascienza insistono sull’antropomorfismo dei robot?
Gianmarco Veruggio da bravo scienziato robotico pur non sminuendo le profonde domande sollevate dal film, ricorda - con enorme buonsenso - che i robot antropomorfi saranno sempre di più una nicchia di mercato poiché è più comodo progettare robot dotati di zampe e cingoli che somigliano a strani animali piuttosto che a esseri umani. Poi si è soffermato su un paio di elementi interessanti, ovvero sul fatto che dei robot bisogna distinguere (e far convivere) due aspetti diversi. Un aspetto funzionale relativo alla questione di come far interagire i robot in un mondo progettato per essere dotati di due gambe due braccia e pollici opponibili. Un aspetto relazionale relativo al fatto che queste macchine devono interagire con noi, quindi è necessario prevedere delle interfacce che li rendano più usabili (nel senso umano del termine).
Daniela Cerqui ha introdotto il tema del rapporto con la tecnologia, seguendo un punto di vista vicino al controverso principio di precauzione. Inoltre ha evidenziato come il film sia una summa dei temi relativi ai rapporti robot/cyborg e società, e non poteva essere altrimenti dato il suo ambiente di lavoro. Cerqui infatti lavora al dipartimento di Cibernetica (ma li chiamano ancora in questo modo così arcaico?) dell’Università di Reading in Inghilterra, per intenderci lo stesso dipartimento dove lavora Kevin Warwick. Per chi non lo conoscesse Warwick è per la robotica quello che Umberto Eco è per la semiotica: un volto noto, molto "televisivo", di cui i giornali parlano spesso. Tutto merito delle sue ricerche visionarie. Warwick infatti lavora sul tema della fusione uomo/macchina e per questo motivo qualche tempo fa si è guadagnato l’interesse dei media per essersi fatto impiantare un chip nel suo avambraccio.
Chi fra tutti ha avuto l’incipit meno divertente è stato Guglielmo Tamburrini che prima di socializzare le proprie riflessioni ha avuto da dire sulla bruttezza del film. Lo ha trovato brutto a due livelli. Da una parte per via dell’enorme quantità di pubblicità più o meno occulta che costella il film, rivelando così non solo una spaventosa ingenuità dal punto di vista della produzione (poiché qualsiasi matricola di un corso di comunicazione sa che la pubblicità dei prodotti nei film serve per abbattere i costi di produzione, il marketing lo chiama product placement), ma anche una superficialità nei confronti del pubblico, che ormai ha gli anticorpi giusti per godere dei prodotti reclamizzati nel film senza per questo correre a comprarli…. Il secondo livello di bruttezza del film - sempre secondo Tamburrini - è relativo al suo essere semplicemente un brutto poliziesco americano. Qui c’è poco da dire perché questa è un’opinione personale, e in quanto tale lascia il tempo che trova. Nello specifico la riflessione di Tamburrini è stata relativa al tipo di interazioni che possiamo identificare nel film: l’interazione uomo-robot, l’interazione uomo-softbot (ovvero un’intelligenza artificiale priva di hardware specifico), e l’interazione con la bionica. Un’altra riflessione è stata dedicata alla plausibilità del film. Infatti il film presenta alcune proiezioni ragionevoli come il tema dell’adattamento dei robot al mondo umano, e alcune proiezioni irragionevoli come il tema della coscienza dato che noi non solo non sappiamo come programmare la coscienza ma non sappiamo neanche cosa sia. Qui però ho difficoltà ad essere d’accordo con questa posizione. Il fatto che che noi non sappiamo cosa sia la coscienza non vuol dire che da una macchina sufficientemente complessa non possa "emergere" un comportamento cosciente. Così come - mutatis mutandis - 10.000 righe di codice SW perfettamente programmate non impediscono al sistema che implementa tali righe di non funzionare….
Chi ha fatto la parte del leone nella tavola rotonda è stato il pubblico, nella fattispecie i ragazzi chiamati a partecipare alla proiezione (erano presenti diverse classi fra scuole elementari e superiori di Roma ma non solo). Escludendo alcune domande sorprendentemente ingenue - e non tutte provenienti da persone di giovane età - sono emersi temi tutt’altro che "facili": come sviluppare un sistema sociale che permetta la pacifica convivenza fra robot e disoccupati tecnologici? Come funziona la logica alla base delle leggi della robotica? La radicalizzazione del discorso sulla sicurezza che porta ad una svolta dittatoriale gli NS-5 non somiglia spaventosamente ai discorsi di Bush sul rapporto fra pericolo terrorismo e riduzione delle libertà civili?
In conclusione possiamo dire che l’evento sia perfettamente riuscito, sono emersi un sacco di temi interessanti ed è stata confermata ancora una volta la capacità che ha la fantascienza di porre da un altro punto di vista problemi che solo all’apparenza appartengono al futuro.
Modificato


AdRiX scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59Hai un nuovo lettore.
Davide Bennato scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59La cosa non può che farmi piacere: benvenuto!
Fiorella scrive:
Inserito il 1 Gennaio 1970 alle 00:59Grazie! il vostro riassunto/cronaca della giornata Io Robot è senza dubbio il più interessante e completo abbia letto.Fiorella
CUGINETTO scrive:
Inserito il 6 Febbraio 2007 alle 12:51stupendo….anche se nn so cs in realtà …ma nn lo dite in girooo