L’altro giorno osservavo un mio amico molto più giovane di me e molto erudito che leggeva un libro, il Sidereus Nuncius, di quelli prodotti con l’artificio di quel tale Gutenberg: la stampa. Quasi ad ogni pagina, quindi senza pausa, leggeva e rileggeva la grande quantità di parole dal suono volgare che provenivano da quelle fredde lettere figlie del piombo. Più ancora del loro suono sgraziato e della mancanza di rispetto della retorica classica, si sa la tecnica non concede spazio all’humanitas, mi ha colpito l’assoluta vacuità dei ragionamenti: la natura era qualcosa di calcolabile, priva della luce della grandezza divina e non veniva lasciato nessuno spazio allo splendore del creato. Era come se la stampa meccanica (mai come in questo caso espressione della technè) rendesse artificiose le forme del creato, la bellezza del cosmo, incapace di sondare la grandezza divina. Nessuna sintesi possibile, nessuna sfumatura, zero possibilità che dal gracchiare
(continua)…

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