Addio cyborg, benvenuto post-umano


Addio cyborg, benvenuto post-umano



Post-umano. Neologismo (uno in più, in
quest’epoca di post-…). 

Neologismo importante, destinato a cambiare l’orizzonte antropologico dei
prossimi anni. E’ l’autorevole parere dell’on. Rodotà, Garante
per la Protezione dei Dati Personali
.


Nell’edizione di "La Repubblica" di
ieri mattina (6 dicembre 2004) campeggiava un articolo di spalla a firma di Stefano
Rodotà
, dal titolo "Tra
chip e sensori arriva il post-umano
" che seguiva a pagina 14 (la pagina
dei commenti, per intenderci). 


Garante del post-umano?


L’argomento espresso nell’articolo è il
seguente.


Post-umano è la parola inquietante con cui bisogna fare i conti con il futuro
prossimo venturo. Questo termine indica la modificazione elettronica del corpo, processo
che non appartiene più alla fantascienza ma alla concreta realtà che viviamo.

I casi di questa svolta antropologica si moltiplicano. La Food
and Drug Administration
ha autorizzato
l’uso del Verichip, un
microprocessore da inserire sotto la pelle dei pazienti che contiene dati per la
loro identificazione e viene letto a distanza per accedere a banche dati mediche
per lo svolgimento di opportune terapie. In una discoteca di Barcellona - il Baja
Beach Club
- le noiose file dei buttafuori vengono evitate a chi si è
fatto impiantare
un apposito chip
che permette di essere usato come carta di credito a
radiofrequenze. Una società USA sta mettendo a punto un sistema biometrico per
far sì che alcune armi funzionino solo in mano a chi ha installato sotto pelle
un opportuno dispositivo (ricordate la pistola ironicamente chiamata "il
legislatore" di Judge
Dredd
?). A luglio in Messico è stato iniettato nel
sangue del Procuratore generale e di altri 160 membri del suo staff un chip per
la localizzazione remota così da rintracciarli nell’eventualità che venissero
sequestrati dai banditi.


L’uomo con il corpo così modificato
assumerebbe lo statuto di essere post-umano? 

A questa domanda sarebbe necessario rispondere innescando una discussione
pubblica poiché sempre più diffusi sono gli esempi di tecnologizzazione del
corpo umano. In realtà riparare l’uomo attraverso protesi tecnologiche non è
una novità: già da tempo vengono usate le più diverse tipologie di protesi.
Cuori, femori, cornee, muscoli: tutti elementi che ormai fanno pienamente cambio
della cassetta di ricambio della medicina del XXI secolo. 

La novità - sempre secondo Rodotà - sta nel fatto che l’inserimento di un
microchip nelle carni, rende l’uomo un costante segnalatore, fa sì che alcune
persone possano approvvigionarsi di una serie di flussi di comunicazione emessi
dalla persona in questione. Egli diverrebbe così una networked
person
, ovvero un particolare essere specifiche peculiarità personali e
sociali. Il soggetto in questione sarebbe nodo costantemente riconfigurabile di
una rete tecnologica.

E’ necessaria però una distinzione. Bisogna distinguere da impianti che servono
a intergare funzioni mancanti o perdute e impianti che servono a migliorare
funzioni esistenti (tecnodoping?).

Inoltre bisogna anche vedere lo scopo della tecnologia: cure mediche, controllo
sociale, ingegnerizzazione del comportamento, …


Rodotà avverte che anche se gli scenari sono
fantascientifici, bisogna saper depurare l’aspetto futuribile dalle conseguenze
concrete perché: «nelle materie legate all’innovazione scientifica e
tecnologica, il problema non è quasi mai il "sé", ma il
"quando" le ipotesi e le sperimentazioni diverranno fatti concreti con
i quali fare i conti».


La situazione vista in prospettiva necessita un
dibattito pubblico e l’individuazione di principi comuni, a partire dal Trattato
costituzionale europeo e dalla Carta dei diritti fondamentali in esso contenuta.
Questo passo è necessario per poter decidere se un valore inestimabile come la
tutela della salute possa essere perseguito con l’impianto di tecnologie che
permettano la sorveglianza dell’individuo, con tutte le conseguenze etiche e
sociali.

L’idea è quella di bloccare sul nascere tendenze pericolose salvaguardando la
libertà umana e censurando quei comportamenti unicamente governati dalla volontà
di potenza della tecnologia o - peggio - dal mercato.


Nuovi tasselli per la tecnoetica


Fin qui l’articolo di Rodotà. 

Vediamo che tipo di riflessioni solleva.


La prima è relativa alla pertinenza del
termine post-umano. Fermo restando l’assoluta condivisione al ragionamento nel
suo complesso, ho difficoltà ad accettare il termine di per sé. Post-umano
porta con sé una perniciosa abitudine a considerare la tecnologia come qualcosa
di esterna alla società, mentre ne è parte integrante. Anzi si potrebbe dire
che con l’impianto dei chip nel corpo umano si compie l’ultima fase della
fusione del tessuto sociale nel tessuto corporeo, la perfetta simbiosi
uomo/società che - in quanto tale - ha come conseguenze la radicalizzazione
delle strategie di sorveglianza: non si da’ sorveglianza senza società (Foucault
docet
).


La seconda è sulla networkerd person.
La questione di come cambia lo statuto antropologico del soggetto è la
risultante di come cambi lo statuto sociale con l’entrata in vigore delle
transazioni informazionali basate sui chip. Ovvero come abbiamo avuto bisogno
della rielaborazione di un nuovo diritto come quello alla privacy intesa come
controllo delle informazioni che ci riguardano, così la networked person fa
fare al concetto un "salto di qualità" per cui è necessario
prefigurarsi una nuova gamma di valori con cui fare i conti.


La terza e ultima è il conflitto tra valori
diversi. Questo è il livello radicale del cambiamento sociale. Come fare a
scegliere tra valori diversi ma profondi? come risolvere questi dilemmi? Assicurare la liberta di scelta individuale è una strada promettente. Ma ci
basta? Sono domande a cui non ho intenzione di rispondere ma su cui invito a
commentare.


Sta di fatto che le cose stanno cambiano.

Addio cyborg, benvenuto post-umano.

E benvenuta tecnoetica.

 

3 repliche

  1. vincenzo scrive:


    Credo sia meritorio che un’istituzione si occupi di una questione così attuale (nei nostri tempi il ritmo delle culture di governo inizia a percepire i mutamenti sociali con ritardi imbarazzanti, spesso quando essi si sono ormai consumati…). D’altra parte è inevitabile sottolineare il fatto che Rodotà - forse proprio in conseguenza al ruolo che ricopre - si occupa solo del problema relativo ai rischi del "post-umano"; in questo caso, quindi, testimonia di condividere la postura intellettuale che contraddistingue la nostra intellighenzia, interessata sempre a difendersi dal "nuovo" piuttosto che analizzarlo, inquadrarlo storicamente e comprenderne la natura, le forme e l’immaginario che esprime.Sono d’accordo con DvD quando sostiene che bisogna smetterla di concepire la tecnologia come qualcosa di esterno dalla società: in un modo o nell’altro la tecnologia viene sempre - o meglio viene ridefinita sempre - dal cuore della società e del vissuto collettivo.Detto ciò, mi sembra si possa legare al "post-umano" un paradosso piuttosto interessante: nel mentre questo tipo di ibridazione corpo-tecnologia rappresenta, in effetti, un’evidente compimento di un processo iniziato davvero alle origini della civiltà, d’altra parte mi sembra segnare una netta discontinuità con la tradizione moderna e con le forme tipiche dell’industria culturale. Il rapporto dei moderni con le tecnologie della comunicazione si distingue sempre da una certa separazione, da una distanza e differenza piuttosto netta tra il corpo e gli apparati dei media. La stampa, la radio, la televisione, il cinema sono una serie di media che, pur entrando in contatto (a volte persino erotico) con l’utente, se ne distaccano in maniera evidente. C’è una barriera tangibile tra lo schermo e il suo pubblico (così come nei musei vediamo una linea insormontabile che divide l’opera d’arte dai frequentatori). Le tecnologie del post-umano, invece, entrano nel corpo umano, lo ridefiniscono e sostengono progressivamente una sua riconfigurazione. Si tratta di prendere in conto gli effetti di una sinergia radicale, di un’inedito sincretismo. Mi sembra che rispetto a questo aspetto forse l’uso del termine "post-umano" sia legittimo. Detto ciò il problema è solo iniziato…

  2. gianfranco scrive:


    Beh, in difesa di Rodotà si può dire che non sempre il suo atteggiamento verso le tecnologie si riduce a paura/rifiuto. D’altra parte, dato il suo ruolo di watchdog è normale che si concentri sugli usi meno “ammissibili” delle tecnologie, dando l’impressione di ridurre solo a quelli la sua analisi.

    Invece in un suo articolo su repubblica sottolinea un aspetto che mi pare interessante, cioè la tendenza di affidare la soluzione dei problemi alla tecnologia senza indagarne compiutamente le cause per risolverli alla radice. E’ il caso del problema della criminalità, che alcuni vorrebbero risolvere solo aumentando l’uso delle tecnologie di sorveglianza/repressione, senza interrogarsi sulle cause più generali su cui intervenire.
    ma anche qui, come dice Vincenzo, il problema è solo iniziato…

  3. alessio scrive:


    Non credo che si possa parlare di post-umano, questo significherebbe dimenticarsi di migliaia di anni di evoluzione delle culture e delle civiltà, durante i quali le tecnologie hanno sempre più sostituito funzioni del nostro corpo, fino a diventarne, oggi, parte (quasi) integrante. Forse, percependo (psicologicamente, ma anche di fatto, è ovvio) più vicine a noi le tecnologie del nostro tempo, tendiamo più facilmente a riconoscere discontinuità (da cui il prefisso post-) in tecnologie, eventi e quant’altro, che fra qualche anno saranno probabilmente percepiti come un continuum. Anzi, spero che ci sia una continuità, che non si invochi (come è stato fatto recentemente in Italia nel settore della bioetica) qualche principio di sacralità del corpo umano che, con un chip sotto la pelle, verrebbe snaturato, divenendo, appunto, post-umano.Innescare discussioni pubbliche su certe tematiche sarebbe senz’altro auspicabile, purchè venga riconosciuto che i dibattiti riguardano contrasti tra posizioni etiche diverse, non certo tra etica e applicazioni scientifico-tecnologiche. Non esiste nè esisterà mai una sola posizione etica, tanto meno quando una viene imposta. Al contrario, la moltepilicità delle concezioni etiche non può che incrementare con l’evoluzione delle applicazioni tecnologiche, che metteranno così sempre più a fuoco le posizioni etiche preesistenti, scomponendole a loro volta in sottoposizioni diverse…Vorrei infine dire che sono d’accordo con gianfranco quando afferma che non bisogna solo a concentrarci sui rimedi tecnologici per risolvere il problema della criminalità (ed altri), ma che bisogna prima individuare le cause ultime, poi progettare una strategia ad hoc. Quindi, come recita un famoso detto…il problema è solo iniziato!

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