Steve Jobs è morto. Sociologia di un genio

Prendo in prestito il titolo di un eccezionale libro di uno dei più grandi sociologi della cultura, ovvero di Norbert Elias, il quale fece una grande operazione intellettuale solo all’apparenza controintuitiva.

Per studiare la figura di Wolfgang Amadeus Mozart, Elias decise di fare una analisi sociologica, il che è un ossimoro: perché la sociologia è una scienza delle collettività non delle individualità.

Cercherò di fare la stessa operazione, con Steve Jobs, morto ieri 6 5 ottobre 2011.
Ovviamente non con la stessa intelligenza.
Diciamo che cercherò di ispirarmi ad un modello.

E come nelle migliori tradizioni sociologiche esprimo la mia posizione.
Sono un utente Windows soddisfatto,  soprattutto nella sua variante “design” dei Sony Vaio.
Dal punto di vista mobile sono un utente Apple: in quanto sono un heavy user sia di iPhone che di iPad e su questi aggeggi non mi tiro indietro dal fare l’influencer con i miei contatti (mia moglie in particolare).

La posizione che intendo sostenere è che la figura di Steve Jobs sia frutto di una serie di modelli culturali che appartengono al contesto economico e sociale di cui è stato effetto e causa: la cultura hippy tecnofila, l’etica della semplicità, l’ecosistema reticolare.

La cultura freak tecnofila

Si dice spesso che Steve Jobs era un fricchettone, ovvero un figlio dei fiori appassionato di tecnologia. E vorrei ben vedere.

La California degli anni ’70 era la culla della controcultura hippy anni 60-70. Di solito i freak, sono visti come dei tecnofobi. Ovvero peace, love e viaggio in India, come il personaggio di Ruggero, tratteggiato da Verdone ne “Un sacco bello”.

Pochi sanno che oltre alla cultura hippy tecnofoba, esisteva una cultura hippy tecnofila che voleva appropriarsi degli enormi computer per farli diventare strumento di libertà e anti-militarismo. Diversi erano i gruppi di tecnofricchettoni, ma il più celebre era lHomebrew Computer Club, che non solo diede la spinta per la nascita del personal computer, ma produsse alcune delle menti più brillanti Silicon Valley, tra cui Steve Jobs e Steve Wozniak, futuri fondatori della Apple.
Se volete approfondire la sociologia dei gruppi controculturali tecnofili e la relativa cultura hacker, consiglio la lettura del mio “Le metafore del computer” [momento autopromozionale]

L’etica della semplicità

La fissazione di Steve Jobs è stata quella di fare strumenti semplici in grado di poter essere usati da tutti. Due – a mio avviso – sono le fonti di ispirazione lo Xerox Alto e il black boxism.

Sono le due componenti di quella che chiamo “etica della semplicità” (non estetica).
Ovvero la facilità d’uso come valore in sé.

Lo Xerox Alto era un computer sperimentale, sviluppato presso lo Xerox PARC (Palo Alto Research Center), un centro di ricerche che metteva insieme ingegneri, fisici, linguisti e antropologi.

Perchè era un prototipo avanti diversi anni luce dalla tecnologia della sua epoca?
Perchè lo Xerox Alto aveva sia un’interfaccia a finestre con icone e la celebre “metafora della scrivania”, sia il mouse per muoversi in questo ambiente.

Come molti sanno, mouse e sistema operativo a finestre sono  innovazioni entrate nella produzione di massa con il Macintosh del 1984.
Jobs conosceva il prototipo sviluppato allo Xerox PARC, in quanto visità il laboratorio nel 1979 e restò folgorato dall’utilizzo del dispositivo.

Il black boxism è un’idea sviluppata da Sherry Turkle per illustrare la differenza fra la cultura windows e la cultura Macintosh.
Una delle caratteristiche di Apple è quello di “fondere” l’hardware con il sofwtare.

Secondo la sociologa statunitense, una delle caratteristiche dei computer Macintosh era quello di essere delle scatole nere (black box). L’utente non aveva idea del funzionamento del computer, sapeva solo che lo accendeva e quello funzionava. Invece le macchine WinTel (Windows + Intel) erano trasparenti: ovvero era possibile intervenire fino nel sistema operativo, con la relativa paura di cancellare file fondamentali.

Erano espressioni di due culture  (industriali) diverse.
Il Pc-IBM di una cultura burocratica: sistema operativo gerarchico, assenza di mouse, uso di comandi, utilizzo in uffici burocratizzati.
Il Macintosh figlio di una cultura creativa: sistema operativo grafico, mouse, assenza di comandi, usato in amvbienti creativi (giornalisti, grafici, ecc.).

Ecosistema reticolare

Perchè moltissimi hanno prodotti Apple?
Perchè sono belli, funzionali e dotati di un ecosistema ben oliato.

La vera novità di iPhone non è il telefonino (i device touch esistevano già), ma iTunes.
Ovvero lo store dove acquistare applicazioni in cui chiunque (o quasi) poteva contribuire allo sviluppo.

Il modello era stato sviluppato con l’iPod e la musica (con le major come protagoniste di fornitrici di contenuti). Ma il perfezionamento è avvenuto con iPhone e l’istituzionalizzazione con iPad.
Che poi siano oggetti belli e funzionali, la cosa è importante ma non sufficiente.

L’idea di un turbocapitalismo reticolare, in cui ogni persona è impresa che sviluppa una app alla stregua di una azienda è la radicalizzazione dell’idea stessa della globalizzazione, in cui una divisione del lavoro globale e una rete comunicativa e logistica estesa sul tutto globo fanno si che progetti in California, assembli in Cina e distribuisci in tutto il mondo.

Similmente: scrivi codice a Catania, lo valuti a Cupertino e lo distribuisci nell’App Store, ovvero nelle tasche di tutti quelli che hanno un iPad o iPhone.

Steve Jobs è un genio? Non lo so.
Steve Jobs ha trasformato in opportunità e una grande azienda una serie di idee che circolavano nel contesto sociale e culturale in cui operava (in questo modo la metafora di unire i puntini del suo discorso a Stanford assume tutto un altro significato).
Se questo vuol dire essere un genio, allora si: è stato un genio.

Poi non dimentichiamo la sua dimensione imprenditoriale che ovviamente ha dei lati meno edificanti, frutto della dimensione globale dell’azienda: suicidi alla Foxconn, le rigide regole di iTunes e la cancellazione/rifiuto di app senza alcuna giustificazione, il monopolio dell’industria musicale digitale con relativo DRM e così via.

Ma non me la sento di pontificare su queste cose.
Perché sono le cose che lo rendono umano e perciò fallibile.

PS: questo post deve molto all’ascolto della trasmissione di RaiTre Agorà in memoria di Steve Jobs dal titolo “L’uomo che sussurrava al futuro“, quale esempio negativo di come non si debba trattare un argomento serio.

9 thoughts on “Steve Jobs è morto. Sociologia di un genio

  1. Approvo incondizionatamente lo sviluppo del post, la sua filosofia e la nota conclusiva.
    Per dare un contributo critico, penso che avresti dovuto prendere posizione sulla genialità di Jobs. Magari con un confronto con Edison.
    [My 2c: genio come inventore no, genio come process reengineering certamente, genio imprenditoriale senza dubbio; genio nel marketing sì, ma inferiore a quello di Bill Gates].

  2. Grazie Leo per il tuo apprezzamento.
    Anch’io ho pensato ad Edison, ma conoscendolo poco ho preferito soprassedere.
    E tanto per restare in tema: se genio è creatività e innovazione è anche di prodotto e di processo, concordo sull’idea che sia stato un genio innovatore.

  3. Grazie Davide,
    da quando è morto Jobs non ero ancora riuscito a leggere un “melalogio” che riuscisse a ricondurre la rivoluzione Apple non solo all’uomo-Jobs, ma anche al contesto sociale che ha generato quell’uomo e quell’azienda, insieme alle implicazioni dei suoi prodotti.
    Tu l’hai fatto egregiamente. Segnalerò il tuo post agli studenti del mio seminario sulla creatività ;-)

    By the way: lo confesso, io sono un utente Apple totale… ho abbandonato il pc per DISPERAZIONE qualche anno fa e le musichette di avvio di Windows mi suscitano reazioni allergiche

    1. Ciao Marco (e Davide),
      concordo a pieno con voi relativamente al contesto sociale -e storico- in cui inquadrare la rivoluzione Apple ma ritengo non si possa sottovalutare il sistema economico in cui si è mossa l’azienda di Cupertino: il sistema economico statunitense.
      Quel sistema (e la cultura in cui affonda le radici) ha sempre l’ambizione di “esportare” valori, cerca incessantemente di plasmare l’utente così come lo vorrebbe, impone limitazioni evocando un “proprio” concetto di libertà (es: hai infinite possibilità di download ma DEVI passare per iTunes, come ricorda Davide nel post; hai enormi possibilità di condivisione TRA altri utenti Apple; ecc…) ma esclude il diverso, il non-Apple, il “non-americano”.
      Al successo di Apple contribuisce il suo valore sociale, la moda (non neghiamoci che hanno saputo sfornare oggetti sexy, di cui io per primo risento il fascino utilizzando praticamente tutti i prodotti Apple ad eccezione dell’iPad), ma anche l’economia che lo spinge.
      Un iPhone non potrebbe essere giapponese: i giapponesi realizzerebbero prodotti più performanti, più versatili, altrettanto affidabili, più economici ma sganciati da un modello sociale/culturale. Un giapponese non vorrebbe fare di te un giapponese, per intenderci. Un giapponese ragionerebbe più o meno così “Ho fatto un buon prodotto. Ora fateci quello che vi pare”.
      Ragionano in termini di mercato.
      Apple ha affiancato all’interesse per il mercato un occhio di riguardo orientato all’utilizzatore, e alla sua “formazione”.
      Chiudo il mio intervento facendo l’esempio del mercato motociclistico: in un periodo di crisi economica l’industria motoclistica giapponese ha accusato una pesante battuta d’arresto mentre hanno retto molto meglio le case tedesche (BMW), americane (Harley Davidson) e persino italiane (Ducati).
      I giapponesi fanno una buona moto. Gli altri offrono un modello di riferimento.

      Saluti vivissimi,
      Emiliano

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