Perchè Gutenberg mi fa schifo

L’altro giorno osservavo un mio amico molto più giovane di me e molto erudito che leggeva un libro, il Sidereus Nuncius, di quelli prodotti con l’artificio di quel tale Gutenberg: la stampa. Quasi ad ogni pagina, quindi senza pausa, leggeva e rileggeva la grande quantità di parole dal suono volgare che provenivano da quelle fredde lettere figlie del piombo.
Più ancora del loro suono sgraziato e della mancanza di rispetto della retorica classica, si sa la tecnica non concede spazio all’humanitas, mi ha colpito l’assoluta vacuità dei ragionamenti: la natura era qualcosa di calcolabile, priva della luce della grandezza divina e non veniva lasciato nessuno spazio allo splendore del creato. Era come se la stampa meccanica (mai come in questo caso espressione della technè) rendesse artificiose le forme del creato, la bellezza del cosmo, incapace di sondare la grandezza divina. Nessuna sintesi possibile, nessuna sfumatura, zero possibilità che dal gracchiare dei numeri e delle cifre scaturisse una variante dialettica, qualcosa che portasse avanti il sapere dell’uomo, sollevandosi dall’orrido scontro del numero contro la parola, dell’argomentare contro il calcolo.
Poiché non è data cultura senza illuminazione divina, né comprensione senza lo sforzo silente del chierico, la speranza è che quell’oggetto sia, specie per i novizi, solo un passatempo giocoso, come era per gli antichi le vicissitudini degli dei pagani. E che sia altrove, lontano da quell’accozzaglia di parole piombate e numeri, che si impara a conoscere la natura e la scintilla divina del creato. Dovessi fissare con macchina il mio concetto, direi: Galileo mi fa schifo. Fortuna che non leggo Gutenberg.

La domanda che mi faccio è la seguente: come si fa a confondere la forma col contenuto?
Come si fa a criticare Twitter e i tweet?
Come si fa a mescolare Gutenberg e Galileo?

ERRATA CORRIGE
GuteNberg, non GuteMberg
PS: Grazie Leo :-)

UPDATE
La risposta di Michele Serra

14 thoughts on “Perchè Gutenberg mi fa schifo

  1. Mi sa che l’articolo di Serra non l’hai capito, e sì che non richiede grandi sforzi intellettuali. Hint: Serra critica proprio il contenuto. Scusa la curiosità, potresti dirmi il tuo titolo di studio?

  2. credo che Serra alluda alle implicazioni che il mezzo determina sul messaggio – un po’ come faceva Mcluhan, che tu sicuramente conoscerai e avrai letto. Io personalmente – da user di twitter – mi trovo d’accordo nel ritenere che twitter sia un mezzo che funziona molto bene per la divulgazione ma che non supporti affatto il dialogo, nè tantomeno l’approfondimento su un tema. Mi sembra infatti che su twitter si ricerchi molto più la performance, l’effetto, la retorica… e queste sono cose che non mi sento di imputare agli user ma alla struttura del mezzo. Lo conferma il fatto che su twitter questo scambio su fb non potrebbe avvenire, su facebook si ad esempio. Così come su un blog.

  3. Ciao Davide, dunque… violenza verbale, sommarietà dei giudizi, assoluta drasticità, insiemi di pro e contro senza territorio intermedio, nessuna sintesi, nessuna sfumatura etc. credo che …Michele Serra abbia ragione, infatti Twitter è sicuramente il mezzo che più di altri rappresenta il messaggio, un messaggio è sicuramente che con Twitter si partecipa, si scambiano velocemente punti di vista, ma tutto il resto sopra citato – dalla violenza verbale alla mancanza di sfumatura c’era già prima …di Twitter

  4. Ciao Davide,
    a parte i titoli e i giudizi drastici, io sono sempre stato e resto poco attratto, a livello squisitamente personale, da Twitter.
    Ci ho provato due volte, ho fallito.
    Non credo di essere un passatista.
    Mi entusiasmano i nuovi mezzi che cambiano il modo di comunicare, soprattutto se sul web, e sono convinto anche che Twitter faccia davvero parte della rivoluzione che stiamo vivendo.
    Detto questo, provo serie difficoltà nell’esprimere concetti che mi sembrino degni nota in quei 140 caratteri che twitter lascia usare.
    Twitter è uno strumento incredibile per la condivisione di notizie fresche, aggiornate, e spesso urgenti (penso ai casi di emergenza in cui twitter si rivela utile per la ricerca dei dispersi dopo un terremoto, etc).

    Ma davvero non sono sicuro che la maggior parte dei cinguettii su twitter abbiano questo carattere di emergenza e utilità.

  5. Io ho compreso entrambe le posizioni e sono molto sorpreso dallo sragionamento di Serra. Ma l’elemento più sorprendente e incomprensibile resta il commento di Marco Diahane…(il mio CV lo trovi su LinkedIn)

  6. non starò qui a sostenere che la forma è sostanza (ci sono un sacco di testi di filosofia che lo fanno, evabbè); le critiche di michele serra a twitter erano abbastanza superficiale, e siamo d’accordo; ma credo ci sia un discorso che non va sottovalutato, proprio a partire dal tuo esempio.

    credo sia pacifico che l’invenzione della stampa a caratteri mobili abbia cambiato non solo il modo di comunicare, ma anche la forma mentis delle persone (banalmente, la diffusione dei libri e della lettura comporta l’acquisizione di capacità nuove correlate all’uso della scrittura: l’idea che si possa conservare qualcosa su un supporto, lo sviluppo di una logica sequenziale, la perdita della dimensione dialettica: non è un caso che ai bambini bisogna insegnare a leggere, no?).

    Allo stesso modo è più che probabile che l’uso di tecnologie di comunicazione digitali influenzi la forma mentis (e inevitabilmente, il contenuto) soprattutto di chi le usa come strumento principale (se non unico) di comunicazione.

    Ti segnalo, come bibliografia (assolutamente incompleta e dettata da confusissimi ricordi universitari: sono gli unici due testi che ricordo inq uesto momento) Alfabetizzazione e oralità”
    David R. Olson, Nancy Torrance (a cura di), Raffaello Cortina Editore, Milano 1995
    e “Mente e cultura. Tecnologie della comunicazione e processi educativi” Mario Groppo, Maria Clara Locatelli, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996.

    Visto che lavori su queste cose, non si potrebbe fare per internet e la comunicazione digitale un’indagine tipo quelle di neil postman, che so “socializzare da morire: il discorso pubblico nell’era dei social network”?

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